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Lingua Della Tirannia: La Grande Inganno
| AUTHOR | Brett, Nicolas |
| PUBLISHER | Independently Published (07/28/2025) |
| PRODUCT TYPE | Paperback (Paperback) |
Description
La Grande Menzogna della "Lingua Divina" Ipocrisia, Potere e Manipolazione Per secoli, la presunta sacralità dell'ebraico e la narrazione di una lingua "divina" furono strumenti centrali di mistificazione, grazie ai quali élite religiose e politiche hanno costruito, legittimato e perpetuato sistemi di potere. Dietro la facciata filologica, la storia delle traduzioni sacre rivela una strategia consapevole: stabilire un monopolio sulla verità, rendendo le Scritture un'arma efficace per la conquista, la sottomissione e la creazione di propaganda ideologica. La scelta di attribuire origine divina a una lingua specifica non fu casuale, ma frutto di una raffinata ingegneria culturale. Gli scribi e i traduttori dell'antichità non si limitarono a trasporre testi: li riscrissero, manipolando nomi, episodi e lessico per installare la falsa idea di un'origine monolitica, in realtà inesistente. La Torah, per esempio, fu presentata come frutto di un unico autore, Mosè, ma l'analisi storica dimostra che si tratta di un collage di miti, leggi, cronache e racconti popolari raccolti in secoli diversi. Così facendo, si celò una storia collettiva e caotica dietro la narrazione di una rivelazione ordinata, utile a rafforzare la centralità della casta sacerdotale, custode della "lingua segreta" e interprete della volontà divina. Le traduzioni, ben lungi dall'essere ponti fra culture, divennero strumenti di esclusione. I testi sacri trasmessi in ebraico, aramaico, greco e latino venivano ogni volta adattati alle esigenze delle élite domananti: la Septuaginta greca reinterpretò i racconti per renderli accettabili all'impero ellenistico; la Vulgata latina veicolò messaggi utili al potere papale e imperiale; i Targumim aramaici furono costantemente censurati per sopprimere voci dissidenti. Ogni passaggio traduttivo rafforzò il controllo sugli accessi alla verità, rendendo le rivelazioni comprensibili solo a pochi iniziati e fornendo alla classe sacerdotale un vero e proprio monopolio spirituale. L'economia delle scritture fu altrettanto funzionale al potere. Solo i sacerdoti potevano amministrare le offerte, i sacrifici e l'interpretazione dei testi, trasformando la gestione della parola divina in fonte di ricchezza e privilegio materiale. Le guerre di conquista ed espansione vennero giustificate come mandato divino grazie a narrazioni adattate e manipolate, col risultato che la "lingua della fede" divenne sempre più linguaggio di dominio. La manipolazione dei nomi divini come Elohim, Yahweh, Adonai, spesso tradotti e uniformati con "Dio" nelle lingue occidentali, cancellò volutamente le tracce dell'originaria pluralità e polimorfismo della tradizione religiosa ebraica. Il monoteismo venne retroattivamente applicato per giustificare il potere assoluto, mentre le origini poliateiste e sincretiche furono occultate. Tutto ciò dimostra che, lungi dall'essere testimoni di verità originarie, le grandi narrazioni religiose sono costruzioni artificiali, concepite per sostenere modelli di dominio e per neutralizzare il pensiero critico delle comunità. "Rivelazione", "lingua divina" e "tradizione" sono dunque strumenti retorici usati per mascherare ambizioni politiche, economiche e imperiali. Solo una lettura critica e laica può svelare i meccanismi di questa costruzione. Smascherare l'intenzionalità dei traduttori-scrittori e la finalità strumentale delle loro scelte è il primo passo per restituire pluralità e complessità alle culture e per liberare l'umanità dal ricatto della manipolazione linguistica in nome del Divino. Lo studio della lingua, della traduzione e della storia testuale diventa così atto di autentica liberazione intellettuale e civile.
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Product Details
ISBN-13:
9798294613495
Binding:
Paperback or Softback (Trade Paperback (Us))
Content Language:
Italian
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Page Count:
386
Carton Quantity:
10
Product Dimensions:
7.00 x 0.80 x 10.00 inches
Weight:
1.47 pound(s)
Country of Origin:
US
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BISAC Categories
Non-Classifiable | Non-Classifiable
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La Grande Menzogna della "Lingua Divina" Ipocrisia, Potere e Manipolazione Per secoli, la presunta sacralità dell'ebraico e la narrazione di una lingua "divina" furono strumenti centrali di mistificazione, grazie ai quali élite religiose e politiche hanno costruito, legittimato e perpetuato sistemi di potere. Dietro la facciata filologica, la storia delle traduzioni sacre rivela una strategia consapevole: stabilire un monopolio sulla verità, rendendo le Scritture un'arma efficace per la conquista, la sottomissione e la creazione di propaganda ideologica. La scelta di attribuire origine divina a una lingua specifica non fu casuale, ma frutto di una raffinata ingegneria culturale. Gli scribi e i traduttori dell'antichità non si limitarono a trasporre testi: li riscrissero, manipolando nomi, episodi e lessico per installare la falsa idea di un'origine monolitica, in realtà inesistente. La Torah, per esempio, fu presentata come frutto di un unico autore, Mosè, ma l'analisi storica dimostra che si tratta di un collage di miti, leggi, cronache e racconti popolari raccolti in secoli diversi. Così facendo, si celò una storia collettiva e caotica dietro la narrazione di una rivelazione ordinata, utile a rafforzare la centralità della casta sacerdotale, custode della "lingua segreta" e interprete della volontà divina. Le traduzioni, ben lungi dall'essere ponti fra culture, divennero strumenti di esclusione. I testi sacri trasmessi in ebraico, aramaico, greco e latino venivano ogni volta adattati alle esigenze delle élite domananti: la Septuaginta greca reinterpretò i racconti per renderli accettabili all'impero ellenistico; la Vulgata latina veicolò messaggi utili al potere papale e imperiale; i Targumim aramaici furono costantemente censurati per sopprimere voci dissidenti. Ogni passaggio traduttivo rafforzò il controllo sugli accessi alla verità, rendendo le rivelazioni comprensibili solo a pochi iniziati e fornendo alla classe sacerdotale un vero e proprio monopolio spirituale. L'economia delle scritture fu altrettanto funzionale al potere. Solo i sacerdoti potevano amministrare le offerte, i sacrifici e l'interpretazione dei testi, trasformando la gestione della parola divina in fonte di ricchezza e privilegio materiale. Le guerre di conquista ed espansione vennero giustificate come mandato divino grazie a narrazioni adattate e manipolate, col risultato che la "lingua della fede" divenne sempre più linguaggio di dominio. La manipolazione dei nomi divini come Elohim, Yahweh, Adonai, spesso tradotti e uniformati con "Dio" nelle lingue occidentali, cancellò volutamente le tracce dell'originaria pluralità e polimorfismo della tradizione religiosa ebraica. Il monoteismo venne retroattivamente applicato per giustificare il potere assoluto, mentre le origini poliateiste e sincretiche furono occultate. Tutto ciò dimostra che, lungi dall'essere testimoni di verità originarie, le grandi narrazioni religiose sono costruzioni artificiali, concepite per sostenere modelli di dominio e per neutralizzare il pensiero critico delle comunità. "Rivelazione", "lingua divina" e "tradizione" sono dunque strumenti retorici usati per mascherare ambizioni politiche, economiche e imperiali. Solo una lettura critica e laica può svelare i meccanismi di questa costruzione. Smascherare l'intenzionalità dei traduttori-scrittori e la finalità strumentale delle loro scelte è il primo passo per restituire pluralità e complessità alle culture e per liberare l'umanità dal ricatto della manipolazione linguistica in nome del Divino. Lo studio della lingua, della traduzione e della storia testuale diventa così atto di autentica liberazione intellettuale e civile.
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